Dopo la punizione mi sono messo a svolgere le mansioni che la Padrona di volta in volta mi ordina. Dal pulire con cura il pavimento al rendere splendente il bagno, dall'uscire per comprare delle cose che desiderava ad iniziare a preparare il pranzo. Obbedisco silenzioso, alacre con una piccola formichina operosa. Lei intanto è seduta al mio PC di cui ha l'assoluto controllo mentre a me l'uso è proibito in questi giorni. Quando passo accanto alla porta della camera la guardo di sfuggita, ammiro la sua bellezza altera e superba e mi sento lo sguattero più felice del mondo.
Ad un tratto mi chiama, io mi avvicino inginocchiandomi accanto a Lei. Con un dito mi indica i piedi, scalzi sotto la sedia. Mi sdraio felice e inizio a baciarglieli con una devozione infinita. Li sento leggermente freddi e provo a scaldarli alitando leggermente e strofinandomeli sul viso. Intanto sento la Padrona che batte con vigore sui tasti e, di tanto in tanto, il campanellino di skype che indica come le sia arrivato un messaggio. La immagino in chat e di lì a poco è proprio Lei a confermarmelo:"Questo Antonio è proprio simpatico, una conoscenza davvero piacevole. Sono proprio contenta sai?". E' proprio il suo nuovo amico, incontrato al pranzo e con cui era poi uscita la sera prima. Mentre mi dice queste cose io le lecco con amore i piedi,. senza provare la minima gelosia né sentendomi escluso o sminuito da quel suo sentimento. Io non posso competere con altri uomini, il mio è un ruolo diverso e so quanto sono importante per la Padrona. Ecco perché scosto piano le labbra per risponderle:"E' una gioia sentirla così gioiosa. Lui è un uomo fortunato, ma io sono il servo più contento del mondo." e sorridendo riprendo ad adorare le sue estremità in silenzio, godendomi la serenità di quei momenti.Dopo un po' mi scosta il viso con un calcetto: "Ora vai a preparare il pranzo, ho fame. Oggi poi usciremo e stasera mi accompagnerai all'aeroporto." La vacanza della Padrona è finita, non voglio nemmeno pensarci, rischierei di intristirmi. Ho ancora tante cose da fare e devo solo concentrarmi per farle bene, per Lei.
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sabato 7 aprile 2012
venerdì 23 marzo 2012
Racconto: Capitolo X
Mi faccio trovare fuori dalla porta del bagno, in ginocchio, a testa bassa, cercando di farle capire quanto sono contrito per l'errore che ho fatto. Lei mi passa accanto senza degnarmi di un'attenzione, va in camera e la sento vestirsi. Non so se possa esistere per uno schiavo una punizione peggiore del silenzio della propria Padrona. Quell'essere ignorato mi devasta più di qualsiasi parola, mi lascia in un limbo di paura e incertezza che si trasforma in autentico dolore fisico. La voglia di piangere è tanta e cresce di attimo in attimo, alimentata dalla sua totale mancanza di considerazione. Passano minuti lunghi come ore mentre io non riesco a staccare lo sguardo dal pavimento e mi sento stupido lì, in mezzo al corridoio, incapace anche solo di pensare nello stato di confusione in cui mi trovo.
Poi la sua voce arriva improvvisa e secca:"Angelo, qui". Il cuore mi salta in gola per l'emozione e mi avvicino a Lei a 4 zampe. Sento i suoi occhi addosso, mentre i miei restano a fissarle i piedi e mi sento tremare come una foglia. "Non amo punire, te l'ho già detto" continua autoritaria e decisa "ma il mio compito è quello di guidarti e addestrarti. E questa volta ritengo che un castigo sia necessario." Annuisco come un automa, prostrato, più che dalla paura, dalla vergogna e dal dispiacere di averla delusa. "Scopri le spalle e inginocchiati accanto al letto, non voglio sentire un lamento", le sue parole sono dure e non oso far altro che obbedire. Mentre mi tolgo veloce la maglia e mi sistemo come mi ha ordinato la vedo sfilare la sottile cintura dalla gonna che ha indossato. Ne avvolge il lato con la fibbia intorno alla mano e io stringo i denti domandandomi con sgomento quanto forte sarà il dolore che sentirò. Abbasso il viso sul letto coprendolo con le mani. Trascorrono secondi interminabili poi un primo colpo secco e bruciante mi attraversa come una scossa la schiena, un gemito mi sfugge mentre mi mordo le labbra per non urlare. Appena il tempo di metabolizzare la fitta e una seconda frustata si sovrappone alla precedente facendomi uscire una lacrima, poi un'altra e un'altra... Quando la rabbia della Padrona si placa scivolo piano a terra, avvicino il viso ai suoi piedi e li bacio con sincera gratitudine. "Grazie per l'insegnamento che mi ha donato" sussurro. Non posso vederla ma sono certo che sta sorridendo. Ora è contenta del suo servo.
Poi la sua voce arriva improvvisa e secca:"Angelo, qui". Il cuore mi salta in gola per l'emozione e mi avvicino a Lei a 4 zampe. Sento i suoi occhi addosso, mentre i miei restano a fissarle i piedi e mi sento tremare come una foglia. "Non amo punire, te l'ho già detto" continua autoritaria e decisa "ma il mio compito è quello di guidarti e addestrarti. E questa volta ritengo che un castigo sia necessario." Annuisco come un automa, prostrato, più che dalla paura, dalla vergogna e dal dispiacere di averla delusa. "Scopri le spalle e inginocchiati accanto al letto, non voglio sentire un lamento", le sue parole sono dure e non oso far altro che obbedire. Mentre mi tolgo veloce la maglia e mi sistemo come mi ha ordinato la vedo sfilare la sottile cintura dalla gonna che ha indossato. Ne avvolge il lato con la fibbia intorno alla mano e io stringo i denti domandandomi con sgomento quanto forte sarà il dolore che sentirò. Abbasso il viso sul letto coprendolo con le mani. Trascorrono secondi interminabili poi un primo colpo secco e bruciante mi attraversa come una scossa la schiena, un gemito mi sfugge mentre mi mordo le labbra per non urlare. Appena il tempo di metabolizzare la fitta e una seconda frustata si sovrappone alla precedente facendomi uscire una lacrima, poi un'altra e un'altra... Quando la rabbia della Padrona si placa scivolo piano a terra, avvicino il viso ai suoi piedi e li bacio con sincera gratitudine. "Grazie per l'insegnamento che mi ha donato" sussurro. Non posso vederla ma sono certo che sta sorridendo. Ora è contenta del suo servo.
domenica 18 marzo 2012
Racconto: Capitolo IX
Il mattino dopo è domenica ma io mi sveglio comunque presto. Devo prepararmi e fare in modo che il bagno sia perfetto per la Padrona, lavare a mano il suo intimo del giorno prima, controllare che tutto sia impeccabile ed in ordine per il suo risveglio.
Sono le 10 quando, come il giorno precedente, con la colazione su un vassoio, entro in camera per svegliarla. Mi sento felice, sereno, certo di essere all'altezza delle sue aspettative. Così resto un po' titubante quando la vedo iniziare a mangiare silenziosa. Mi aspettavo qualche commento gioioso sulla sua serata precedente invece è stranamente seria, quasi persa nei suoi pensieri. Non la disturbo e resto immobile in ginocchio ai piedi del letto sinché è Lei a scuotermi:
"Cosa sei tu?"
"Il Vostro servo, Padrona"
"E un servo cosa deve fare?"
"Prendersi cura della propria Padrona"
"Avvicinati"
Mi accosto a Lei intimorito, non riesco a capire quelle sue parole e tutta la mia sicurezza lascia il posto allo smarrimento di chi non capisce cosa stia accadendo. Quando le sono accanto incrocio i suoi occhi e colgo uno sguardo carico di disapprovazione mista a delusione che esalta il mio disagio e la mia paura. Mi scruta per un po' poi, improvviso e bruciante, un ceffone mi gira la faccia, poi un altro e un altro e un altro ancora. Non reagisco mentre sento le guance bruciare e gli occhi si riempiono di lacrime più per l'apprensione per ciò che sta succedendo che per il dolore che mi fa avvampare il viso.
"Se ti prendi cura di me cosa sono quelle?" e mi indica un punto alle mie spalle. Mi volto e vedo le sue scarpe, quelle che aveva usato la sera prima e con amore avevo sfilato al suo ritorno. Mi aveva detto di riporle e pulirle prima di andare a letto, ma io, scioccamente, perso nella beatitudine di massaggiarle i piedi me ne ero scordato. Mi sento uno schifo. La mia tranquillità festante scompare e mi rendo conto di averla delusa. Eppure quante volte Lei mi ha detto che devo essere perfetto? Quante volte si è raccomandata sull'attenzione ai particolari? Mi vergogno. Parlo parlo e poi scivolo in errori banali che vanificano tutto il mio impegno.
Perché sono così stupido?
Mortificato porto via il vassoio della colazione che intanto Lei ha terminato e le scarpe che pulisco con cura e ripongo come avrei dovuto fare ore prima. La sento in bagno, non ha chiesto di me. Attendo la giusta punizione mentre una lacrima mi scivola lungo il viso.
Sono le 10 quando, come il giorno precedente, con la colazione su un vassoio, entro in camera per svegliarla. Mi sento felice, sereno, certo di essere all'altezza delle sue aspettative. Così resto un po' titubante quando la vedo iniziare a mangiare silenziosa. Mi aspettavo qualche commento gioioso sulla sua serata precedente invece è stranamente seria, quasi persa nei suoi pensieri. Non la disturbo e resto immobile in ginocchio ai piedi del letto sinché è Lei a scuotermi:
"Cosa sei tu?"
"Il Vostro servo, Padrona"
"E un servo cosa deve fare?"
"Prendersi cura della propria Padrona"
"Avvicinati"
Mi accosto a Lei intimorito, non riesco a capire quelle sue parole e tutta la mia sicurezza lascia il posto allo smarrimento di chi non capisce cosa stia accadendo. Quando le sono accanto incrocio i suoi occhi e colgo uno sguardo carico di disapprovazione mista a delusione che esalta il mio disagio e la mia paura. Mi scruta per un po' poi, improvviso e bruciante, un ceffone mi gira la faccia, poi un altro e un altro e un altro ancora. Non reagisco mentre sento le guance bruciare e gli occhi si riempiono di lacrime più per l'apprensione per ciò che sta succedendo che per il dolore che mi fa avvampare il viso.
"Se ti prendi cura di me cosa sono quelle?" e mi indica un punto alle mie spalle. Mi volto e vedo le sue scarpe, quelle che aveva usato la sera prima e con amore avevo sfilato al suo ritorno. Mi aveva detto di riporle e pulirle prima di andare a letto, ma io, scioccamente, perso nella beatitudine di massaggiarle i piedi me ne ero scordato. Mi sento uno schifo. La mia tranquillità festante scompare e mi rendo conto di averla delusa. Eppure quante volte Lei mi ha detto che devo essere perfetto? Quante volte si è raccomandata sull'attenzione ai particolari? Mi vergogno. Parlo parlo e poi scivolo in errori banali che vanificano tutto il mio impegno.
Perché sono così stupido?
Mortificato porto via il vassoio della colazione che intanto Lei ha terminato e le scarpe che pulisco con cura e ripongo come avrei dovuto fare ore prima. La sento in bagno, non ha chiesto di me. Attendo la giusta punizione mentre una lacrima mi scivola lungo il viso.
mercoledì 14 marzo 2012
Racconto: Capitolo VIII
Alle 20.30 avevo già finito di consumare la mia frugale cena e rassettato il cucinino. Così, sbrigato ancora qualche piccolo lavoretto, mi sono preparato alla mia serata con la Padrona. Mi sono accovacciato dietro la porta e ho iniziato a pensarla. L'ho immaginata al ristorante col suo nuovo amico, intenta a ridere e scherzare e un velo di tristezza mi è salito agli occhi ma l'ho subito ricacciato indietro: io ero con Lei, c'ero, ero lì e volevo sentirmi lì, ai suoi piedi. Quando ho guardato l'ora pensavo fosse mezzanotte invece non erano nemmeno le 22. Il tempo pareva quasi bloccato, cristallizzato in quel mio gesto di totale sudditanza e di dono del mio essere alla Donna che adoravo.
Non sono stati momenti facili. In certi attimi mi sentivo sciocco, in altri ero in preda all'euforia per la dimostrazione di amore che stavo dando alla mia proprietaria. Poi ancora un breve sconforto, seguito alla gioia del pensiero del suo ritorno a casa. Le ore sono trascorse lentissime e ho più volte rischiato di cadere addormentato così, per terra, dietro la porta, come un cane fedele in attesa del suo padrone.
Erano quasi le 2 del mattino quando mi ha scosso il rumore dell'ascensore e poi il girare delle chiavi nella toppa. Volevo piangere dalla gioia, ce l'avevo fatta. Lei è entrata spargendo intorno a se allegria e io mi sono gettato ai suoi piedi baciandoli con una foga e una venerazione mai provata prima. Un gesto che voleva dire "Grazie Padrona, è stato bellissimo". E quasi a leggermi, come sempre, nel pensiero Lei mi ha chiesto ridendo "Allora cucciolo ti è piaciuta la serata?". E avevo quasi le lacrime agli occhi mentre le rispondevo: "Si, è stato bellissimo passarla con Lei."
Poi si è fatta aiutare a lavarsi e a prepararsi per la notte e mi ha chiesto un lungo massaggio ai piedi, stanchi per le tante ore trascorse sui tacchi. E mentre umile e silenzioso adoravo quelle estremità che sono il centro della mia esistenza, la Padrona mi metteva a parte della sua contentezza e soddisfazione. La sua gioia era la mia, il sentirla così felice mi ha fatto sentire ugualmente felice e quando la luce si è spenta e con un ultimo bacio devoto sono tornato alla mia stanzetta ho capito che non potevo desiderare di più dalla vita.
Non sono stati momenti facili. In certi attimi mi sentivo sciocco, in altri ero in preda all'euforia per la dimostrazione di amore che stavo dando alla mia proprietaria. Poi ancora un breve sconforto, seguito alla gioia del pensiero del suo ritorno a casa. Le ore sono trascorse lentissime e ho più volte rischiato di cadere addormentato così, per terra, dietro la porta, come un cane fedele in attesa del suo padrone.
Erano quasi le 2 del mattino quando mi ha scosso il rumore dell'ascensore e poi il girare delle chiavi nella toppa. Volevo piangere dalla gioia, ce l'avevo fatta. Lei è entrata spargendo intorno a se allegria e io mi sono gettato ai suoi piedi baciandoli con una foga e una venerazione mai provata prima. Un gesto che voleva dire "Grazie Padrona, è stato bellissimo". E quasi a leggermi, come sempre, nel pensiero Lei mi ha chiesto ridendo "Allora cucciolo ti è piaciuta la serata?". E avevo quasi le lacrime agli occhi mentre le rispondevo: "Si, è stato bellissimo passarla con Lei."
Poi si è fatta aiutare a lavarsi e a prepararsi per la notte e mi ha chiesto un lungo massaggio ai piedi, stanchi per le tante ore trascorse sui tacchi. E mentre umile e silenzioso adoravo quelle estremità che sono il centro della mia esistenza, la Padrona mi metteva a parte della sua contentezza e soddisfazione. La sua gioia era la mia, il sentirla così felice mi ha fatto sentire ugualmente felice e quando la luce si è spenta e con un ultimo bacio devoto sono tornato alla mia stanzetta ho capito che non potevo desiderare di più dalla vita.
lunedì 12 marzo 2012
Racconto: Capitolo VII
Mentre guidavo verso casa immaginavo la serata che mi aspettava. Pensavo che la Padrona fosse stanca e che dopo cena avrebbe voluto starsene tranquilla a guardare la TV stesa sul divano e mi vedevo già ai suoi piedi a godere delle sue meravigliose estremità che adoro. Accanto a me lei era euforica e sorridente e mi raccontava del pranzo e del pomeriggio trascorso. Ho drizzato le antenne quando ha cominciato a dirmi che a quel ricevimento c'era un uomo che le piaceva molto e mi ha poi gelato dicendomi che avevano deciso di vedersi la sera stessa a cena. Mi son sentito crollare il mondo addosso ma ho sorriso al suo entusiasmo e a quel viso bellissimo che esprimeva tutta l'eccitazione che stava provando
Così, arrivati a casa, ho dovuto aiutarla a prepararsi per la serata che la attendeva. Si è fatta una lunga doccia con me ad attenderla in ginocchio. Poi le ho asciugato i capelli mentre Lei continuava a parlarmi dell'uomo che avrebbe visto tra poco e di come sperava finisse la serata. Passati in camera ho dovuto aiutarla a scegliere l'intimo e i vestiti che avrebbe indossato e provvedere a calzarle le scarpe ovviamente dal tacco altissimo. Alla fine era una autentica Dea e io mi sentivo una vera nullità di fronte a quella maestosa visione.
Preparata così di tutto punto mi ha portato in cucina, ha preso un piatto e ci ha messo sopra delle cose, una mozzarella, un pezzo di pane avanzato del giorno prima, una mela e uno yogurth. "La tua cena" mi ha apostrofato "non osare toccare altro, sai che controllo. Quando hai finito stasera niente TV, ti metterai dietro la porta ad aspettarmi e a pensarmi, così sarà come se fossimo usciti assieme". E con le ultime parole è scoppiata in una risata cristallina.
Puntualissimo il suo nuovo amico ha suonato al citofono. Ho risposto io e in quel "Si Signore, la Signora scende subito" ho messo tutta la mia umiliazione di servo. Poi ho aiutato la Padrona ad indossare un giacchino leggero e mi sono inginocchiato a salutarla con un bacio alle sue scarpe. Quando la porta si è chiusa dietro di Lei che canticchiava felice mi sono sentito solo ma felice come mai prima.
(CONTINUA)
Così, arrivati a casa, ho dovuto aiutarla a prepararsi per la serata che la attendeva. Si è fatta una lunga doccia con me ad attenderla in ginocchio. Poi le ho asciugato i capelli mentre Lei continuava a parlarmi dell'uomo che avrebbe visto tra poco e di come sperava finisse la serata. Passati in camera ho dovuto aiutarla a scegliere l'intimo e i vestiti che avrebbe indossato e provvedere a calzarle le scarpe ovviamente dal tacco altissimo. Alla fine era una autentica Dea e io mi sentivo una vera nullità di fronte a quella maestosa visione.
Preparata così di tutto punto mi ha portato in cucina, ha preso un piatto e ci ha messo sopra delle cose, una mozzarella, un pezzo di pane avanzato del giorno prima, una mela e uno yogurth. "La tua cena" mi ha apostrofato "non osare toccare altro, sai che controllo. Quando hai finito stasera niente TV, ti metterai dietro la porta ad aspettarmi e a pensarmi, così sarà come se fossimo usciti assieme". E con le ultime parole è scoppiata in una risata cristallina.
Puntualissimo il suo nuovo amico ha suonato al citofono. Ho risposto io e in quel "Si Signore, la Signora scende subito" ho messo tutta la mia umiliazione di servo. Poi ho aiutato la Padrona ad indossare un giacchino leggero e mi sono inginocchiato a salutarla con un bacio alle sue scarpe. Quando la porta si è chiusa dietro di Lei che canticchiava felice mi sono sentito solo ma felice come mai prima.
(CONTINUA)
domenica 11 marzo 2012
Racconto: Capitolo VI
La Padrona si è fatta aiutare a vestirsi. E' un'emozione incontrollabile infilarle le calze, l'intimo, allacciarle il reggiseno, calzarle le decoltee appena lucidate con cura. Quando è pronta è una Dea e penso che non riuscirò mai più ad alzarmi in piedi,schiacciato dalla sua bellezza. Lei poi sceglie i miei abiti, come mi devo pettinare, quali scarpe usare; ha il dominio assoluto sulla mia vita e la gestisce secondo i suoi gusti e desideri. Io sono privato di qualsiasi scelta, devo chiedere il permesso per ogni minima mia necessità, perché non sono più io, ma appartengo alla Padrona.
Alle 10.30 usciamo e ci avviamo verso la casa di questi suoi parenti che abitano poco fuori la mia città, una mezz'oretta di strada durante la quale chiacchieriamo del più e del meno, mentre io trattengo a stento la gioia per essere coinvolto così nella sua vita e mi domando come mi presenterà e come mi tratterà davanti a quelle persone. Arrivati scendo per primo e corro ad aprirle la portiera, quindi faccio per chiudere la portiera e seguirla quando Lei mi blocca:"No, servo. Forse non ci siamo capiti. Ti ho detto che mi avresti accompagnata, ma non che saresti salito con me. Tu ora te ne torni in macchina e mi aspetti. Guai se mi disturbi al telefono. Non una parola. Zitto." Resto a bocca aperta e la guardo allontanarsi elegantissima sui suoi tacchi alti e mortificato torno in macchina. Sono un po' deluso, lo ammetto, ma poi devo accettare la cosa e farmene una ragione. Sono solo un servo e Lei mi tratta come vuole, non posso pretendere niente, non posso chiedere nulla. Devo solo obbedire. E mentre il tempo passa sono sempre più sereno e felice; capisco che il piacere sottile che sta provando nel sapermi chiuso in auto lo prova grazie a me, che questo mio sacrificio sta dando gioia alla persona che per me conta di più e non è nemmeno un sacrifico ma sono felice di essere trattato come ciò che desidero essere: un servo.
L'orologio indica quasi le 18 quando sento bussare al vetro, scendo e le apro la portiera, poi torno al posto di guida. Sono passate 7 ore e Lei, sorridente, mi chiede "Ti sei annoiato, servo?". Io la guardo nei suoi occhi luminosi e pieni di gioia, sorrido e rispondo "No, Padrona".
(CONTINUA)
Alle 10.30 usciamo e ci avviamo verso la casa di questi suoi parenti che abitano poco fuori la mia città, una mezz'oretta di strada durante la quale chiacchieriamo del più e del meno, mentre io trattengo a stento la gioia per essere coinvolto così nella sua vita e mi domando come mi presenterà e come mi tratterà davanti a quelle persone. Arrivati scendo per primo e corro ad aprirle la portiera, quindi faccio per chiudere la portiera e seguirla quando Lei mi blocca:"No, servo. Forse non ci siamo capiti. Ti ho detto che mi avresti accompagnata, ma non che saresti salito con me. Tu ora te ne torni in macchina e mi aspetti. Guai se mi disturbi al telefono. Non una parola. Zitto." Resto a bocca aperta e la guardo allontanarsi elegantissima sui suoi tacchi alti e mortificato torno in macchina. Sono un po' deluso, lo ammetto, ma poi devo accettare la cosa e farmene una ragione. Sono solo un servo e Lei mi tratta come vuole, non posso pretendere niente, non posso chiedere nulla. Devo solo obbedire. E mentre il tempo passa sono sempre più sereno e felice; capisco che il piacere sottile che sta provando nel sapermi chiuso in auto lo prova grazie a me, che questo mio sacrificio sta dando gioia alla persona che per me conta di più e non è nemmeno un sacrifico ma sono felice di essere trattato come ciò che desidero essere: un servo.
L'orologio indica quasi le 18 quando sento bussare al vetro, scendo e le apro la portiera, poi torno al posto di guida. Sono passate 7 ore e Lei, sorridente, mi chiede "Ti sei annoiato, servo?". Io la guardo nei suoi occhi luminosi e pieni di gioia, sorrido e rispondo "No, Padrona".
(CONTINUA)
sabato 10 marzo 2012
Racconto: Capitolo V
La mia sveglia è suonata presto, sebbene sia sabato. La Padrona vuole essere svegliata alle 9, ma io mi devo alzare molto prima in modo da lavarmi e poi riordinare il bagno in modo che sia perfetto quando dovrà usarlo Lei. Così dopo una breve doccia pulisco con cura tutti i sanitari, metto degli asciugamani puliti e faccio sparire in un cassetto tutte le mie cose.
Poi, facendo attenzione a non fare il minimo rumore, scopo con cura i pavimenti e spolvero. La Padrona ci tiene che la casa sia sempre pulita ed in ordine. Infine quando ormai mancano pochi minuti all'orario indicatomi, provvedo alla colazione. Non so ancora bene i Suoi gusti, per cui su un vassoio preparo del latte, un caffè caldo e un bicchiere di succo d'arance appena spremute, delle fette biscottate con marmellata, una ciotola di corn-flakes e qualche biscotto.
Sono puntualissimo quando silenziosamente apro la porta della camera e poggio il vassoio sul comò. Mi inginocchio accanto al letto, scopro lentamente i piedi ed inizio a baciarli per svegliarla nel modo più dolce possibile. Dopo poco Lei inizia a muoversi e a stiracchiarsi. la saluto con un "Ben svegliata Padrona" e, dopo aver sollevato di poco la tapparella, le servo la colazione a letto. Lei che si è messa seduta, appoggiata ai cuscini, inizia a mangiare e intanto mi da le indicazioni per la giornata. Alle 11 dovremo uscire e la accompagnerò a casa di parenti che intende visitare.
Mi sembra sia soddisfatta quando posa il vassoio e mette le gambe giù dal letto. Io sono pronto ad infilarle le pantofoline e a seguirla sino alla porta del bagno. Ma questa volta non ha bisogno dei miei servigi. La vedo entrare e chiudere la porta alle sue spalle. Approfitto del tempo in cui Lei fa la doccia e si prepara per rifare il letto, spolverare con cura la camera e lavare i resti della colazione.
Finito tutto resto in attesa. Non posso vestirmi perché tocca alla Padrona scegliere quali abiti dovrò indossare. Ormai a me non è rimasta nessuna libertà, ogni decisione, anche la più piccola sulla mia vita, spetta a Lei. La mia esistenza le appartiene, e io sono felice.
(CONTINUA)
Poi, facendo attenzione a non fare il minimo rumore, scopo con cura i pavimenti e spolvero. La Padrona ci tiene che la casa sia sempre pulita ed in ordine. Infine quando ormai mancano pochi minuti all'orario indicatomi, provvedo alla colazione. Non so ancora bene i Suoi gusti, per cui su un vassoio preparo del latte, un caffè caldo e un bicchiere di succo d'arance appena spremute, delle fette biscottate con marmellata, una ciotola di corn-flakes e qualche biscotto.
Sono puntualissimo quando silenziosamente apro la porta della camera e poggio il vassoio sul comò. Mi inginocchio accanto al letto, scopro lentamente i piedi ed inizio a baciarli per svegliarla nel modo più dolce possibile. Dopo poco Lei inizia a muoversi e a stiracchiarsi. la saluto con un "Ben svegliata Padrona" e, dopo aver sollevato di poco la tapparella, le servo la colazione a letto. Lei che si è messa seduta, appoggiata ai cuscini, inizia a mangiare e intanto mi da le indicazioni per la giornata. Alle 11 dovremo uscire e la accompagnerò a casa di parenti che intende visitare.
Mi sembra sia soddisfatta quando posa il vassoio e mette le gambe giù dal letto. Io sono pronto ad infilarle le pantofoline e a seguirla sino alla porta del bagno. Ma questa volta non ha bisogno dei miei servigi. La vedo entrare e chiudere la porta alle sue spalle. Approfitto del tempo in cui Lei fa la doccia e si prepara per rifare il letto, spolverare con cura la camera e lavare i resti della colazione.
Finito tutto resto in attesa. Non posso vestirmi perché tocca alla Padrona scegliere quali abiti dovrò indossare. Ormai a me non è rimasta nessuna libertà, ogni decisione, anche la più piccola sulla mia vita, spetta a Lei. La mia esistenza le appartiene, e io sono felice.
(CONTINUA)
mercoledì 7 marzo 2012
Racconto: Capitolo IV
Ho finito di riordinare il cucinino e il soggiorno dove la Padrona ha cenato. A 4 zampe vado verso la camera da letto e resto sulla porta, in ginocchio, silenzioso, la testa bassa. Lei sta guardando un notiziario. Tutto si cristallizza, non una parola, solo le voci che provengono dalla TV. In quel silenzio irreale avverto tutto il mio essere oggetto, una cosa a totale disposizione di chi ha preso in mano la mia vita e la gestisce in base ai propri bisogni e al proprio piacere.
Dopo una decina di minuti mi dice che vuole un massaggio rilassante prima di dormire. Io prendo gli olii e le creme e quando torno si è spogliata e stesa a pancia in giù. Quel corpo meraviglioso, sublime, fantastico che per giorni e giorni ho ammirato in una foto speditami via mail, ora è qui e attende di essere onorato e riverito dalle mie umili mani. Me le ungo con dell'olio di mandorle dolci, strofinando a lungo perché non siano fredde al contatto della preziosa pelle della Padrona, quindi inizio a massaggiare con delicatezza e vera adorazione la sua schiena. Inizio dalle spalle, frizionando a lungo con movimenti circolari le scapole, poi mi sposto sulla colonna, insistendo con i pollici a lato di ogni singola vertebra, partendo dalla cervicale e scendendo piano lungo la dorsale e la lombare sino al sacro. Di tanto in tanto verso qualche altra goccia di olio e continuo a lavorare instancabile sentendo sotto le mie mani la Padrona rilassarsi. Lei ha chiuso gli occhi ma mi parla, a voce bassa, dicendomi come dovrò comportarmi, cosa si aspetta da me, tutto ciò che devo fare per essere ciò che Lei vuole io sia. E tra queste cose c'è anche il piacere, che devo imparare a darle sebbene io sia minidotato ed impotente, incapace di soddisfare una Donna sessualmente.
Così non mi stupisco quando, ad un certo punto, si gira. Indossa solo un paio di mutandine, mi guarda un attimo e mi afferra per i capelli e spinge la mia testa verso le sue parti intime. Con devozione assoluta sfilo quel piccolo lembo di stoffa e avvicino la bocca iniziando a respirare i profumi dolcissimi del suo sesso. Bacio con venerazione le grandi labbra, strofino il viso per farle sentire tutta la mia adorazione. Poi inizio a leccare, come un cane fedele, concentrato sull'unica cosa che conta nella mia vita: il suo appagamento.
Resto li a lungo, sino a quando non la sento sussultare e abbandonarsi al piacere e continuo poi ancora, lentamente, delicatamente. Ora è rilassata e il suo respiro si è fatto regolare.
Mi scosto, la copro dolcemente, poso un ultimo bacio di saluto sui suoi piedi ed esco dalla stanza.
Grazie Padrona.
(CONTINUA)
Dopo una decina di minuti mi dice che vuole un massaggio rilassante prima di dormire. Io prendo gli olii e le creme e quando torno si è spogliata e stesa a pancia in giù. Quel corpo meraviglioso, sublime, fantastico che per giorni e giorni ho ammirato in una foto speditami via mail, ora è qui e attende di essere onorato e riverito dalle mie umili mani. Me le ungo con dell'olio di mandorle dolci, strofinando a lungo perché non siano fredde al contatto della preziosa pelle della Padrona, quindi inizio a massaggiare con delicatezza e vera adorazione la sua schiena. Inizio dalle spalle, frizionando a lungo con movimenti circolari le scapole, poi mi sposto sulla colonna, insistendo con i pollici a lato di ogni singola vertebra, partendo dalla cervicale e scendendo piano lungo la dorsale e la lombare sino al sacro. Di tanto in tanto verso qualche altra goccia di olio e continuo a lavorare instancabile sentendo sotto le mie mani la Padrona rilassarsi. Lei ha chiuso gli occhi ma mi parla, a voce bassa, dicendomi come dovrò comportarmi, cosa si aspetta da me, tutto ciò che devo fare per essere ciò che Lei vuole io sia. E tra queste cose c'è anche il piacere, che devo imparare a darle sebbene io sia minidotato ed impotente, incapace di soddisfare una Donna sessualmente.
Così non mi stupisco quando, ad un certo punto, si gira. Indossa solo un paio di mutandine, mi guarda un attimo e mi afferra per i capelli e spinge la mia testa verso le sue parti intime. Con devozione assoluta sfilo quel piccolo lembo di stoffa e avvicino la bocca iniziando a respirare i profumi dolcissimi del suo sesso. Bacio con venerazione le grandi labbra, strofino il viso per farle sentire tutta la mia adorazione. Poi inizio a leccare, come un cane fedele, concentrato sull'unica cosa che conta nella mia vita: il suo appagamento.
Resto li a lungo, sino a quando non la sento sussultare e abbandonarsi al piacere e continuo poi ancora, lentamente, delicatamente. Ora è rilassata e il suo respiro si è fatto regolare.
Mi scosto, la copro dolcemente, poso un ultimo bacio di saluto sui suoi piedi ed esco dalla stanza.
Grazie Padrona.
(CONTINUA)
lunedì 5 marzo 2012
Racconto: Capitolo III
E' Lei ad interrompere l'incanto con un calcetto sul viso. Ora vuole mangiare, ma prima desidera fare una doccia. Volo in bagno e apro l'acqua che sia calda al punto giusto. Preparo un accappatoio pulito e asciugamani nuovi acquistati solo per Lei, quindi torno in camera per chiamarla con tono rispettoso e sottomesso.
Si spoglia buttando gli indumenti a terra, mentre io non oso alzare gli occhi sulla sua nudità. Appena è sotto lo scroscio dell'acqua raccolgo il suo intimo e lo metto da parte per provvedere più tardi a lavarlo a mano e non in lavatrice come faccio comunemente con la mia biancheria. La gonna e la camicetta che indossava le ripiego religiosamente, non sapendo se vorrà utilizzarle nuovamente. Quindi mi accuccio accanto al box doccia, prostrato con la fronte sul pavimento. La Padrona resta a lungo sotto l'acqua calda e quando ha terminato mi sollevo appena per porgerle l'accappatoio. Poi asciugo con la massima delicatezza i piedi che mi porge, aiutandola ad infilare un paio di pantofoline che mi ero permesso di comprare sapendo del suo arrivo.
Esce dal box-doccia con l'altezzosa eleganza di una Regina e inizia ad asciugarsi i capelli. Io mi accuccio ancora ai Suoi piedi, pronto a qualsiasi Sua richiesta ma Lei mi ingiunge di andare a preparare la cena.
A 4 zampe mi sposto verso il cucinino e seguendo le Sue istruzioni preparo ciò che mi ha ordinato, apparecchio con cura la tavola, un posto solo per Lei, le accendo il TV qualora volesse guardare qualcosa durante il pasto e quando tutto è pronto la avviso.
Intanto la Padrona si è cambiata, ora indossa un paio di jeans con una maglietta, mentre ai piedi tiene sempre le pantofoline che le ho donato. Mi alzo per spostare la sedia e aiutarla a sedere comoda, quindi inizio a servire in tavola. Resto in disparte avvicinandomi solo per aggiungere l'acqua o il vino quando i bicchieri sono vuoti. Distratta Lei mi rivolge di tanto in tanto la parola, chiedendomi qualcosa su di me, il mio lavoro, la casa.
Dopo la frutta si alza e torna in camera. E' stanca del viaggio e non vuole dormire tardi. Ha avanzato qualcosa nei piatti, posso nutrirmi di quello, poi rassettare e raggiungerla.
Finalmente sono ciò che desidero essere: uno schiavo.
(CONTINUA)
Si spoglia buttando gli indumenti a terra, mentre io non oso alzare gli occhi sulla sua nudità. Appena è sotto lo scroscio dell'acqua raccolgo il suo intimo e lo metto da parte per provvedere più tardi a lavarlo a mano e non in lavatrice come faccio comunemente con la mia biancheria. La gonna e la camicetta che indossava le ripiego religiosamente, non sapendo se vorrà utilizzarle nuovamente. Quindi mi accuccio accanto al box doccia, prostrato con la fronte sul pavimento. La Padrona resta a lungo sotto l'acqua calda e quando ha terminato mi sollevo appena per porgerle l'accappatoio. Poi asciugo con la massima delicatezza i piedi che mi porge, aiutandola ad infilare un paio di pantofoline che mi ero permesso di comprare sapendo del suo arrivo.
Esce dal box-doccia con l'altezzosa eleganza di una Regina e inizia ad asciugarsi i capelli. Io mi accuccio ancora ai Suoi piedi, pronto a qualsiasi Sua richiesta ma Lei mi ingiunge di andare a preparare la cena.
A 4 zampe mi sposto verso il cucinino e seguendo le Sue istruzioni preparo ciò che mi ha ordinato, apparecchio con cura la tavola, un posto solo per Lei, le accendo il TV qualora volesse guardare qualcosa durante il pasto e quando tutto è pronto la avviso.
Intanto la Padrona si è cambiata, ora indossa un paio di jeans con una maglietta, mentre ai piedi tiene sempre le pantofoline che le ho donato. Mi alzo per spostare la sedia e aiutarla a sedere comoda, quindi inizio a servire in tavola. Resto in disparte avvicinandomi solo per aggiungere l'acqua o il vino quando i bicchieri sono vuoti. Distratta Lei mi rivolge di tanto in tanto la parola, chiedendomi qualcosa su di me, il mio lavoro, la casa.
Dopo la frutta si alza e torna in camera. E' stanca del viaggio e non vuole dormire tardi. Ha avanzato qualcosa nei piatti, posso nutrirmi di quello, poi rassettare e raggiungerla.
Finalmente sono ciò che desidero essere: uno schiavo.
(CONTINUA)
domenica 4 marzo 2012
Racconto: Capitolo II
Saliamo al 6° piano del palazzo dove abito e, con mano tremante riesco ad aprire la porta del mio alloggio. Appena entrati la tentazione fortissima è quella di inginocchiarmi e baciarle i piedi ma la Padrona mi ha insegnato che nulla dipende dalle mie scelte. Lei decide. Tutto.
Così mi limito ad aiutarla a sfilarsi il giubbino prima di iniziare a presentarle la mia modesta dimora. Non senza prima averle detto che da questo momento quella piccola casa Le appartiene e che Lei, lì dentro, è Signora e Padrona. Le mostro la camera da letto che ora è Sua. Ho cambiato le lenzuola, il telecomando del TV è sul comodino dove ho posizionato anche qualche cioccolatino di benvenuto. Il telefono è a sua totale disposizione e il PC, situato accanto al letto, in questi giorni sarà di unico Suo utilizzo.
Poi le mostro la stanza dei figli, dove mi sistemerò per non arrecarle il minimo disturbo, e infine il soggiorno dove mangerà i pasti che Le preparerò con gioia.
E' stanca, decide di buttarsi sul letto e mi chiede un massaggio ai piedi. Con il cuore in tumulto le sfilo piano le scarpe, baciandole devotamente e collocandole con cura appaiate ai piedi del letto. I piedi sono profumatissimi e appena velati dall'impercettibile sudore di tante ore trascorse nelle scarpe.
Inizio a massaggiare concentratissimo, mentre la Padrona fa un paio di telefonate e poi si distrae con la televisione. Le mie dita scorrono rapide sulle sue piante, indugiando prima sui talloni, poi massaggiando a lungo i malleoli, infine rilassando con amore la base di ogni singolo dito. E ancora i pollici strusciano lungo la pianta con una pressione delicata e massaggiano il collo prima di dedicarsi a piccoli movimenti di streatching sulle dita.
Trascorre quasi un'ora in silenzio assoluto ma è un silenzio che vale più di mille parole. Io sono felice e Lei, spero, è serena e appagata.
(CONTINUA)
Così mi limito ad aiutarla a sfilarsi il giubbino prima di iniziare a presentarle la mia modesta dimora. Non senza prima averle detto che da questo momento quella piccola casa Le appartiene e che Lei, lì dentro, è Signora e Padrona. Le mostro la camera da letto che ora è Sua. Ho cambiato le lenzuola, il telecomando del TV è sul comodino dove ho posizionato anche qualche cioccolatino di benvenuto. Il telefono è a sua totale disposizione e il PC, situato accanto al letto, in questi giorni sarà di unico Suo utilizzo.
Poi le mostro la stanza dei figli, dove mi sistemerò per non arrecarle il minimo disturbo, e infine il soggiorno dove mangerà i pasti che Le preparerò con gioia.
E' stanca, decide di buttarsi sul letto e mi chiede un massaggio ai piedi. Con il cuore in tumulto le sfilo piano le scarpe, baciandole devotamente e collocandole con cura appaiate ai piedi del letto. I piedi sono profumatissimi e appena velati dall'impercettibile sudore di tante ore trascorse nelle scarpe.
Inizio a massaggiare concentratissimo, mentre la Padrona fa un paio di telefonate e poi si distrae con la televisione. Le mie dita scorrono rapide sulle sue piante, indugiando prima sui talloni, poi massaggiando a lungo i malleoli, infine rilassando con amore la base di ogni singolo dito. E ancora i pollici strusciano lungo la pianta con una pressione delicata e massaggiano il collo prima di dedicarsi a piccoli movimenti di streatching sulle dita.
Trascorre quasi un'ora in silenzio assoluto ma è un silenzio che vale più di mille parole. Io sono felice e Lei, spero, è serena e appagata.
(CONTINUA)
sabato 3 marzo 2012
Racconto: Capitolo I
Non mi basta scrivere di Lei, tanto non riesco a fare altro che pensarla. E allora da oggi provo a scrivere un racconto, da affiancare al mio diario quotidiano. Un racconto che è l'immagine della mia immaginazione, di come sogno le cose. Forse un gioco ridicolo che se Lei non gradirà verrà cancellato e dimenticato.
Il suo aereo è arrivato puntuale. Io sono arrivato in aeroporto con due ore di anticipo, certo Lei non era ancora partita dalla Sua città quando io ero già qui ad attenderla.
Guardo le porte aprirsi e i passeggeri uscire alla spicciolata ma i miei sensi sono a mille.
Eccola. Unica, bellissima, inconfondibile... trattengo il pianto per la gioia. Si avvicina e il mio impulso sarebbe buttarmi in ginocchio ma so che Lei non vorrebbe.
E' davanti a me, le prendo la mano e la bacio con un gesto fuggevole, sussurrando "Benarrivata Padrona". Lei mi scruta degnandomi appena di un "Ciao". Prendo il suo bagaglio e ci avviamo verso il parcheggio. Non capisco più nulla, sono inebetito, frastornato, impaurito. La faccio salire chiudendo lo sportello e inizio a guidare ma non sono me stesso. Lei è silenziosa, mi scruta, mi analizza e io vorrei piangere, cerco di concentrarmi sulla strada ma è sempre più difficile. Scambiamo qualche parola sul Suo viaggio ma io avrei bisogno di ossigeno e impercettibilmente abbasso il finestrino. La mia Padrona è qui, accanto a me. Colei che domina la mia mente, colei che gestisce la mia vita... è troppo bello, troppo. Forse è un sogno e mentre viaggiamo spediti in tangenziale penso di sterzare, di buttarmi contro il guard-rail certo che mi sveglierò solo nel mio letto e che tutto questo non è altro che un meraviglioso, splendido sogno.
Attraversiamo tutta la città e parcheggio sotto casa mia. Scendo e le apro la portiera. Dio quanto è bella.
(CONTINUA)
Il suo aereo è arrivato puntuale. Io sono arrivato in aeroporto con due ore di anticipo, certo Lei non era ancora partita dalla Sua città quando io ero già qui ad attenderla.
Guardo le porte aprirsi e i passeggeri uscire alla spicciolata ma i miei sensi sono a mille.
Eccola. Unica, bellissima, inconfondibile... trattengo il pianto per la gioia. Si avvicina e il mio impulso sarebbe buttarmi in ginocchio ma so che Lei non vorrebbe.
E' davanti a me, le prendo la mano e la bacio con un gesto fuggevole, sussurrando "Benarrivata Padrona". Lei mi scruta degnandomi appena di un "Ciao". Prendo il suo bagaglio e ci avviamo verso il parcheggio. Non capisco più nulla, sono inebetito, frastornato, impaurito. La faccio salire chiudendo lo sportello e inizio a guidare ma non sono me stesso. Lei è silenziosa, mi scruta, mi analizza e io vorrei piangere, cerco di concentrarmi sulla strada ma è sempre più difficile. Scambiamo qualche parola sul Suo viaggio ma io avrei bisogno di ossigeno e impercettibilmente abbasso il finestrino. La mia Padrona è qui, accanto a me. Colei che domina la mia mente, colei che gestisce la mia vita... è troppo bello, troppo. Forse è un sogno e mentre viaggiamo spediti in tangenziale penso di sterzare, di buttarmi contro il guard-rail certo che mi sveglierò solo nel mio letto e che tutto questo non è altro che un meraviglioso, splendido sogno.
Attraversiamo tutta la città e parcheggio sotto casa mia. Scendo e le apro la portiera. Dio quanto è bella.
(CONTINUA)
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